Obsolescenza programmata: più vendite, meno sostenibilità
Nel 2025, l’Italia ha prodotto 366.891 tonnellate di RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), con un aumento…

09/07/2026Nel 2025, l’Italia ha prodotto 366.891 tonnellate di RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), con un aumento del 2,4% rispetto all’anno precedente: oltre 8.700 tonnellate di rifiuti in più.
Tra le cause di questo aumento costante di rifiuti, non solo elettronici, c’è l’obsolescenza programmata, fenomeno che ha plasmato in maniera significativa le abitudini di consumo dei giorni nostri.
Cos’è l’obsolescenza programmata?
L’obsolescenza programmata – o pianificata – è spesso definita come una strategia economico-industriale che punta a definire un ciclo di vita limitato del prodotto, in modo da obbligare i consumatori a sostituirlo con uno nuovo in un periodo di tempo relativamente breve (variabile a seconda del tipo di prodotto). Tuttavia, la questione è più complessa di così.
Da un lato, infatti, esiste un’obsolescenza fisiologica dei prodotti, specialmente quelli elettrici ed elettronici, data dalla continua evoluzione delle tecnologie e dalla presenza di diversi produttori in concorrenza tra loro. Non appena la tecnologia corrente viene superata, si assiste a una corsa all’adeguamento dei prodotti con tecnologie più innovative e la conseguente decadenza di tutti i prodotti precedenti.
Dall’altro, è innegabile che ci siano spinte commerciali verso l’acquisto di nuovi prodotti che non sostituiscono i precedenti per prestazioni, ma piuttosto per moda, estetica, status. Un esempio emblematico sono gli smartphone: il continuo lancio di nuovi modelli porta i consumatori a sostituire il proprio dispositivo anche una volta all’anno e anche se già in possesso di un altro perfettamente funzionante.
Tipi di obsolescenza
Si parla di vari tipi di obsolescenza programmata, proprio perché il fenomeno è complesso e ricco di sfaccettature. Tra le principali:
- obsolescenza materiale, dovuta al deterioramento fisico del prodotto, a causa della limitata durabilità delle sue componenti o della scarsa qualità dei materiali utilizzati per realizzarlo (nell’industria del fast e ultra-fast fashion questo fenomeno è particolarmente evidente);
- obsolescenza funzionale, legata al progresso e all’evoluzione delle tecnologie, dei requisiti tecnici o delle esigenze del mercato (caso tipico sono gli aggiornamenti software non più supportati dai dispositivi più datati, che rendono difficoltoso o impossibile l’utilizzo);
- obsolescenza psicologica (o percepita), data perlopiù da ragioni commerciali e di marketing che instillano nel consumatore la sensazione di avere un prodotto vecchio, fuori moda, inutile e che deve essere assolutamente sostituito con uno nuovo;
- obsolescenza economica, in relazione ai prezzi di manutenzione o riparazione. Anche a causa dell’efficientamento ottimale dei processi produttivi, produrre un prodotto nuovo costa meno che ripararlo. Il consumatore è quindi scoraggiato a riparare ciò che ha già e sceglie quindi di fare un nuovo acquisto.
Che impatto ha l’obsolescenza programmata?
In quanto concausa di un crescente consumismo, sempre più esasperato, l’obsolescenza programmata ha un impatto negativo sull’ambiente, specie per l’enorme quantitativo di rifiuti che genera.
Benché il termine venga utilizzato soprattutto per i prodotti tech, si può applicare anche ad altri settori (primo fra tutti, il settore moda).
Come registrato dal report annuale del Centro di Coordinamento RAEE, il risultato sono le quasi 367 mila tonnellate di rifiuti elettronici raccolte nel 2025, a cui si devono aggiungere altre 842 tonnellate di RAEE derivanti dalla raccolta volontaria dei Sistemi Collettivi. Il dato pro capite si attesta intorno ai 7 kg di rifiuti elettronici per cittadino italiano.
Aggiungiamoci anche i rifiuti tessili, che in Italia superano le 180 mila tonnellate all’anno, con aumenti costanti anno dopo anno. In questo caso si parla di circa 15 kg di rifiuti tessili a persona, spesso ancora in buone condizioni e perfettamente utilizzabili.
Tutto ciò senza considerare i rifiuti non gestiti, dispersi nell’ambiente a contaminare suolo e acque.
Come ridurre questo impatto negativo?
Un primo aiuto ai consumatori è arrivato dall’Unione Europea con la Direttiva UE 2024/1799, conosciuta come “direttiva sul diritto alla riparazione”. L’obiettivo della Direttiva è quello di spingere i produttori a sviluppare beni più semplici da aggiustare, con costi e modalità accessibili che rendano la riparazione più conveniente di un nuovo acquisto.
L’azione però spetta anche ai consumatori, che prima di tutto devono acquisire consapevolezza sui cicli di vita dei prodotti e sulle dinamiche che regolano i mercati. Secondo Giampaolo Vitali – economista industriale e ricercatore presso l’Istituto di Ricerca sulla Crescita Economica Sostenibile (IRCrES) – la consapevolezza dei consumatori è un punto centrale per raggiungere una maggiore sostenibilità: informarsi consente di comprendere meglio i meccanismi commerciali e affrontarli consciamente, invece di subirli passivamente.
Quello che possiamo fare in prima persona per adottare un approccio al consumo più sostenibile è:
- evitare gli acquisti d’impulso: lo sconto imperdibile o la promozione eccezionale non sono mai giustificazioni valide per acquisti superflui. Valutiamo sempre che il prodotto ci serva veramente e non sia semplicemente un’azione dettata da convinzioni errate o meccanismi psicologici;
- riparare prima di sostituire: benché in certi casi la riparazione sia ancora poco conveniente rispetto a un nuovo acquisto, è sempre meglio verificare. Se riparare è possibile, scegliere questa via significa evitare un rifiuto di troppo;
- acquistare prodotti di qualità fin dal primo momento: andare al risparmio non è sempre la strada giusta. Un prodotto più caro ma di maggiore qualità può garantirci una durabilità maggiore e una migliore efficacia di funzionamento.
Essere consumatori consapevoli è ormai fondamentale: non solo per noi, ma anche per l’ambiente e per il futuro che intendiamo costruire.


