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Impatto ambientale dei data center: cosa c’è da sapere

Ogni foto salvata nel cloud, ogni video in streaming e ogni domanda posta a un assistente di intelligenza…

15/10/2026Ogni foto salvata nel cloud, ogni video in streaming e ogni domanda posta a un assistente di intelligenza artificiale (chatGPT, Gemini, Claude, Grok, ecc.) passa da un data center. Si tratta di edifici che spesso non vediamo o a cui non facciamo caso, ma che stanno crescendo in fretta, anche vicino a noi.

Capire l’impatto ambientale dei data center aiuta a utilizzare con maggiore consapevolezza le nuove tecnologie, a leggere con più consapevolezza le notizie sui nuovi impianti e a distinguere i rischi reali dagli allarmismi.

Che cos’è un data center?

Un data center è una struttura che ospita migliaia di server, cioè computer che archiviano ed elaborano dati costantemente, 24 ore su 24. Per il loro funzionamento sono necessarie due risorse fondamentali: energia elettrica, per far funzionare le macchine, e acqua, per il processo di raffreddamento richiesto per smaltire il calore che producono.

Il consumo di acqua ed energia, in grandi quantità, determina quasi tutto il loro impatto ambientale.

Qual è l’impatto ambientale dei data center?

Secondo il report “Energy and AI” dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), nel 2024 i data center hanno consumato 415 TWh, circa l’1,5% dell’elettricità mondiale. Le proiezioni indicano che entro il 2030 la domanda potrebbe più che raddoppiare, fino a circa 945 TWh, un valore di poco superiore ai consumi elettrici attuali dell’intero Giappone. A trainare la crescita è soprattutto l’intelligenza artificiale.

In Europa il peso è già maggiore: secondo i dati diffusi dall’Agenzia europea dell’ambiente (EEA), nel 2024 i data center valevano circa il 3% dei consumi elettrici europei e il dato risulta essere in crescita.

La criticità, inoltre, deriva dal fatto che questi impianti si concentrano in poche aree e mettono così sotto pressione le reti locali; nonostante, a livello globale, la quota resti contenuta. L’impatto climatico dipende poi da come si produce l’energia: lo stesso consumo genera più o meno emissioni a seconda che arrivi da fonti fossili o rinnovabili.

Oltre all’elettricità, i data center usano ingenti volumi d’acqua per raffreddare i server. Alcune stime riportano in media circa 2 litri d’acqua per ogni kilowattora consumato, ma il dato varia molto in base alla tecnologia e al clima. Si tratta comunque di un utilizzo elevato di questa risorsa, specialmente in aree già soggette a siccità e a regolamentazioni sulla gestione idrica.

Esistono alternative, come il raffreddamento ad aria o a liquido, ma non sono prive di compromessi: il raffreddamento a secco può richiedere più elettricità durante le ondate di calore. Nel tentativo di risparmiare acqua, insomma, si rischia di creare un problema di disponibilità energetica.

Data center in Italia: cosa sta succedendo

I data center in Italia sono una realtà che ha ancora bordi poco nitidi: non esiste una mappatura precisa e ufficiale sulla loro diffusione, ma secondo il report Teha-A2A, nel 2024 erano 168 quelli attivi. Questi data center italiani consumano, secondo le stime più recenti, tra 3,9 e 7 TWh all’anno. Il baricentro è la Lombardia, con Milano in testa, ma il fenomeno si sta allargando: il rischio concreto è che, sul lungo periodo, il sistema elettrico italiano non riesca a reggere il peso di questa richiesta di energia.

Secondo i dati Terna aggiornati al 31 agosto 2026, le domande di allacciamento per data center hanno superato i 100 gigawatt, con un aumento di 6 GW rispetto a luglio. Di queste richieste, non tutte si concretizzano. Terna stessa stima che solo 1,5-2 GW diventeranno impianti reali, entro il 2030.

Sul piano normativo, qualcosa si è già mosso: con la legge regionale 3 giugno 2026, n. 11, la Lombardia ha introdotto uno sportello regionale, una Task Force e una cabina di regia, imponendo ai data center il monitoraggio di consumi energetici e idrici, l’uso di fonti rinnovabili e il recupero del calore. Anche il Piemonte ha avviato la consultazione su un proprio disegno di legge.

Come ridurre l’impatto ambientale dei data center?

I data center sono ormai parte integrante della nostra società: le intelligenze artificiali pervadono la vita quotidiana di chiunque e pensare di sradicarle sembra ormai impossibile. L’obiettivo diventa quindi quello di ridurre l’impatto ambientale dei data center che le alimentano. Per farlo, si può agire su alcune leve essenziali, come:

  • uso di energia rinnovabile: i grandi operatori stanno cercando di legare parte dei consumi a nuova produzione rinnovabile; questa azione può ridurre l’impatto ambientale, posto che si aggiunga capacità invece di sottrarla ad altri usi;
  • efficientamento dei processi di raffreddamento: secondo alcune analisi, il raffreddamento a liquido diretto può ridurre i consumi fino al 40% rispetto ai sistemi ad aria;
  • recupero del calore: il calore di scarto può riscaldare edifici o reti di teleriscaldamento;
  • attenzione nella scelta del sito: evitare territori con scarsità d’acqua o reti già congestionate è decisivo quanto la tecnologia.

Bisogna però ricordare che una maggiore efficienza non garantisce consumi complessivi più bassi: se la domanda di calcolo cresce più in fretta dei risparmi, il totale può comunque aumentare.

I data center non sono né un male assoluto né un’infrastruttura neutra: sono lo specchio del nostro modo di vivere, sempre più digitale. La responsabilità, dunque, è ancora una volta condivisa: la prossima volta che carichiamo un video o interroghiamo un chatbot AI, proviamo a chiederci se è necessario, se non possiamo farne a meno e se non ci sia una scelta più sostenibile che possiamo fare.

Fonti:

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