La COP27 secondo l’UN Global Compact Network Italia

Intervista a Daniela Bernacchi, Segretario Generale dell’UN Global Compact Network Italia (UNGCN Italia)

Sono trascorse due settimane dal termine della COP27 di Sharm El Sheikh, la Conferenza delle Parti che approfondisce ogni anno le tematiche più stringenti relative al cambiamento climatico e la tutela del pianeta, ponendosi alcune finalità specifiche volte all’attuazione dell’Accordo di Parigi del 2015.

Questa edizione, svoltasi fra proteste e soddisfazioni, si è concentrata su:

  • incremento delle azioni di mitigazione delle emissioni di gas serra e l’adozione di un più ambizioso programma di lavoro con l’obiettivo di dimezzare le emissioni globali entro il 2030,
  • potenziamento dell’adattamento al cambiamento climatico, in particolare attraverso la realizzazione di progressi nei negoziati sull’obiettivo dell’adattamento globale e del sostegno all’adattamento e alla resilienza,
  • “Loss and Damage”, ovvero il proseguimento dei progressi nel sostegno ai paesi emergenti nell’affrontare i danni più gravi derivanti dalla crisi climatica, compreso un finanziamento sempre più adeguato,
  • il raggiungimento dell’obiettivo di 100 miliardi di dollari di finanziamenti per il clima, fissato per il periodo 2020-2025 e la definizione di un nuovo obiettivo di finanziamento per il periodo successivo al 2025.

Per farci raccontare questa esperienza dal punto di vista privilegiato di chi questo evento lo ha vissuto in prima persona, abbiamo intervistato Daniela Bernacchi, Segretario Generale dell’UN Global Compact Network Italia, che in occasione della COP27 ha presentato un Position Paper sulle catene di fornitura come mezzo attraverso cui le aziende potranno concorrere al raggiungimento del Net-Zero, ossia l’annullamento delle emissioni nette.

Come nasce l’UN Global Compact Network Italia ed in risposta a quali bisogni?

Il Global Compact è un’iniziativa dell’ONU che nasce nel 1999 presso il World Economic Forum di Davos per volere dell’ex segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, che in quell’occasione invitò i leader dell’economia mondiale a sottoscrivere un “Patto Globale”, con l’obiettivo di promuovere un’economia globale sostenibile, rispettosa dei diritti umani e del lavoro, della salvaguardia dell’ambiente e della lotta alla corruzione.

Su questi principi le aziende si sono impegnate a rendicontare i propri progressi ed i propri impatti, non sempre positivi, in logica di trasparenza verso gli Stakeholder. Il Global Compact delle Nazioni Unite offre alle aziende l’opportunità di avere degli strumenti con i quali migliorare le proprie performance (una piattaforma, un’Accademy online e on demand, dei toolkit che permettono di avere delle autovalutazioni relative al proprio posizionamento su temi quali gli approvvigionamenti, le catene di fornitura, l’uguaglianza di genere). Le aziende hanno in questo modo un beneficio in termini di visibilità, di strumenti messi a disposizione per la formazione e la rendicontazione, ed infine, di possibilità di networking con esperti ma anche con altre realtà che hanno intrapreso lo stesso percorso di sostenibilità.

All’interno di questa iniziativa internazionale, il Global Compact Network Italia è nato nel 2002 (come gruppo informale), trasformandosi nel 2013 nell’attuale Fondazione Global Compact Network, nata per dare un riferimento ufficiale e locale dell’UN Global Compact alle aziende italiane. La mission della Fondazione è quella di accompagnare le aziende nel rispetto dei 10 Principi delle Nazioni Unite e di contribuire allo sviluppo sostenibile, offrendo sia dei programmi globali che locali, costruiti sulle specifiche necessità territoriali ed in base ai desiderata dei propri aderenti.

L’UN Global Compact Network Italia è impegnato nell’avanzamento degli SDGs e nel supporto alle imprese italiane nello sviluppo sostenibile. Come si sta evolvendo la sensibilità su questi temi?

La sensibilità delle aziende è crescente e sicuramente la pandemia ha accelerato questo processo di consapevolezza sull’importanza della sostenibilità e sulla responsabilità umana che si cela dietro alla pandemia e al cambiamento climatico.

È evidente come il mondo delle imprese giochi un ruolo importante su questi temi ed è importante che queste inizino a lavorare seriamente sulla decarbonizzazione e sui propri impatti ambientali, imparando a coinvolgere le proprie filiere rispetto ad una transizione che sia giusta per l’ambiente e per gli esseri umani.

Siete volati a Sharm El Sheikh per partecipare alla COP27 e portare la vostra competenza a sostegno del dialogo internazionale sui cambiamenti climatici. Siete soddisfatti dei risultati di questa COP27?

La COP27 è partita con aspettative molto basse proprio perché l’anno prima, la COP26 di Glasgow si era aperta con molto entusiasmo, disattendendo le aspettative poiché non si è riusciti a trovare una linea condivisa sulle politiche di decarbonizzazione. Quest’anno, dopo quell’esperienza che non era riuscita a raggiungere alcuni dei capisaldi fondamentali, nel cuore dell’Europa è scoppiata una guerra che ha portato indietro i pochi progressi fatti. Si è infatti tornati a parlare di gas e fonti fossili.

La nostra speranza era quella di progredire sull’ambizione di contenimento dell’innalzamento delle temperature entro 1.5° C, che invece è stata messa in discussione fino all’ultimo a favore di un’impostazione “below 2”, quindi un generico sottostare all’aumento di 2° C. Fortunatamente almeno quell’obiettivo è stato confermato e tra i punti salienti del “piano di attuazione di “Sharm El Sheikh” troviamo il riconoscimento del fatto che limitare il riscaldamento globale a 1.5° C richieda riduzioni rapide, profonde e durature.

Siamo soddisfatti invece del fatto che nel corso di questa COP27 si sia finalmente presa una posizione sul Loss and Damage, quindi sulla responsabilità di alcuni Paesi sviluppati, nei confronti di altri che a causa dell’inquinamento e del danno al clima rischiano di non esistere più: una responsabilità allargata anche all’impatto che le nostre decisioni possono avere su Paesi molto distanti da noi. Basta pensare all’isola di Tonga che rischia di essere sommersa dalle acque per comprendere facilmente come si tratti di un passaggio culturale molto importante.

A questo punti non ci resta che vedere quanto tempo servirà per passare dalle parole ai fatti e quindi dalla Dichiarazione e all’impiego concreto dei Fondi messi a disposizione.

Che peso ha avuto il tema della transizione energetica all’interno dei dibattiti della COP27? Il modello delle Comunità energetiche è riuscito ad emergere quale mezzo attraverso cui concorrere al raggiungimento degli SDGs?

Il tema della transizione energetica era sul tavolo del dibattito, tuttavia sia ha la sensazione che il rischio di avere un contesto geopolitico non definito possa essere stato strumentalizzato per non progredire con forza verso le energie rinnovabili. Anche il tema delle Comunità energetiche è emerso senza tuttavia raggiungere una reale definizione.

A livello nazionale è in corso una consultazione sulle Comunità energetiche, lanciata dal Ministero dell’Ambiente e aperta alla cittadinanza che si concluderà il 12 dicembre. La nostra speranza è quella che si riescano ad individuare delle linee guida comuni per tutto il territorio nazionale, per garantire a tutti un pari livello di performance e servizio.

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